Categoria: Mitologia podistica

Breaking

Che sapore ha la plastica? Me lo sono sempre chiesto. L’altra mattina l’ho scoperto guardando a tratti il mega evento costruito dalla Nike per abbattere il muro delle 2:00 ore sulla distanza della maratona. Evento costruito benissimo, scenario fichissimo, tutto bellissimo, come solo i maestri del marketing di Beaverton riescono a fare, ma tutto finto. In cuor mio, come in quello di coloro che corrono per piacere o per abbattere i loro personalissimi muri, so bene che il giorno perfetto non esiste, è solo dentro di noi. Il giorno che riuscirò a correre una maratona in meno di 4:00 (cosa che accadrà difficilmente, articolazioni scricchiolanti, pochi allenamenti ed età non giocano a favore, ndr), sarà perché me lo sarò costruito con forza di volontà, allenamento e un po’ di culo, beccando la giornata giusta e il percorso giusto, ma niente di più. La pioggia, il vento, il gelo, il caldo, la colazione sbagliata, fa tutto parte del gioco e non mi arrendo all’idea che qualcuno possa programmare scientificamente il raggiungimento di un tale risultato. Un giorno, tale muro sarà superato ma solo grazie all’impegno, al sudore e al beneplacito della natura e non agli studi di laboratorio finalizzati alla vendita di super scarpe. 

@lg.fiore

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Lei corre, io corro

deejay ten

Lei corre, io corro. Lei cammina, io cammino. C’è sempre un filo che ci lega. Adesso questo filo è diventato un doppio nodo. Un doppio nodo che ha legato le nostre scarpe prima della partenza (doppio nodo simbolico, lei per comodità usa quelle con lo strap). Poco importa se la DeeJay Ten non sia una vera e propria gara, quanto piuttosto un “divertissement sportivo”, per lei importa avere un pettorale, un percorso e un traguardo da tagliare.

“Mi raccomando, gli ultimi cento metri facciamo lo scatto!”

La maglia gialla misura XS le sta un po’ grande, ma è la sua, come il pettorale sul fronte, uno di quelli con un numero altissimo e con tanti sponsor, come quelli che corrono le gare importanti (l’idea di farselo punzonare sulle spalle non è seria, non si fa). Mi stringe la mano e sento la sua tensione, la sua voglia di partire e misurarsi con la strada. Se siamo lì un motivo ci sarà o no?

“Ma quando si parte?”

Finalmente, andiamo! La nostra strategia di corsa è ben chiara. Si corre per un chilometro e si cammina per cento metri, poi si riprende a correre. Così fino all’arrivo. Il primo chilometro è tutto uno slalom tra passeggini, monopattini, famiglie festanti e amici a quattro zampe.

“Guarda che bello quell’husky! Gli hanno messo addosso una maglietta gialla uguale alla nostra e una bandana. Sembra un cane da circo!”

Finiamo anche il secondo chilometro come da programma. Ci avviciniamo al momento dell’incontro con i “nostri” supporters. L’impatto emotivo e l’accoglienza sono paragonabili a quelle che si riservano ai campioni olimpici o agli escursionisti di ritorno dalla scalata del K2. Riuscire a divincolarsi dalla morsa non è semplicissimo. Per calmare i fans è necessario un selfie di gruppo. Il superamento dello scoglio familiare coincide anche con il superamento della metà della gara. Non avevamo mai corso insieme per più di duemilacinquecento metri. Little Miss Sunshine entra in una zona sconosciuta, le sue colonne d’Ercole. Il suo sorriso è il termometro della fatica. Si può andare avanti.

“Tieni tu il cioccolatino che mi ha dato mamma, se lo tengo in mano si squaglia”

La nostra strategia, corri e cammina, ci permette di amministrare le energie. I minuti e i metri passano velocemente sotto i nostri piedi. Non ci accorgiamo neanche di essere arrivati a un chilometro dalla fine. Cominciamo ad intravedere la sagoma del Castello Sforzesco, sale l’adrenalina e l’unico pensiero che le frullava in testa dall’inizio della corsa torna a galla.

“Gli ultimi cento metri facciamo lo scatto!”

L’ultimo chilometro è sempre il più lungo. Non finisce mai. Il traguardo sembra un miraggio che svanisce via via che ti ci avvicini.

“Quanto manca? Quanto manca?”
“Poco, quattrocento metri”

Stessa domanda dopo pochissimo…

“Quanto manca? Quanto manca?”
“Sempre meno!”

Gli applausi e gli incoraggiamenti delle gente oltre le transenne ci spingono negli ultimi metri, ci siamo quasi.

“Quanto manca? Quanto manca?”
“Vai scattiamo!!!”

@lg.fiore

Un esame tra le nuvole

cimelavaredo

Ogni gara è un’impresa, poche sono esami, almeno per me. La Misurina Sky Marathon è stata un esame di maturità sportiva ed emotiva.

Dopo un recente infortunio durante il mio primo Ultra Trail, con relativa cocente delusione per non essere arrivata al traguardo, avevo bisogno di fare il punto e di riscattarmi. Le Sky, pur avendo un chilometraggio inferiore alle Ultra, sono sempre molto tecniche e per questo presentano difficoltà che spesso i Trail non hanno, quindi sapevo che sarebbe stata tosta e piena di insidie, ma mi sentivo animata da un gran desiderio di “fare bene”.

Il viaggio (Le tre cime di Lavaredo, meta lontanissima per chi arriva da Milano) non mi è pesato più di tanto e così domenica mattina con una temperatura di cinque gradi ero talmente carica che sulla linea di partenza non sentivo neanche il freddo pungente. Sapevo che la prima parte della gara sarebbe stata la più dura e volevo con tutta me stessa arrivare in tempo al cancello dei ventunesimo chilometro, esattamente metà gara. E ci sono arrivata bene, vincendo le mie paure, contenta per avere corso anche nei punti più ripidi della discesa. Mi sono presa dieci minuti di sosta per mangiare, bere e fotografare le meraviglie della natura che mi circondavano. Nessuna foto potrà mai rendere giustizia a quanto visto, ma solo documentare un momento di intensa emozione. La seconda parte della gara è stata più veloce, anche se verso il ventottesimo chilometro la stanchezza cominciava a farsi sentire, dopo circa sei ore di gara, ma mi ripetevo che ormai era tutta in discesa (solo in senso metaforico) e che se continuavo così mi sarei potuta sorprendere anche del tempo! Altro che “l’obiettivo è finirla”.

All’arrivo ad aspettarmi c’ero io, le mie lacrime e un enorme sorriso. Si, la Misurina Sky Marathon mi ha restituita a me stessa.
È stata una vittoria con me stessa dal punto di vista psicologico, per non essermi fatta prendere dall’ansia (del cancello e dei possibili infortuni) e fisico perché non ho sofferto e mi sono sentita bene e all’altezza della situazione. Mi sono goduta la strada spettacolare e il mio stare bene sotto tutti i punti di vista.

Le gare andrebbero sempre vissute così. Nessuno ci costringe a farle, è la passione che ci spinge e l’amore per se stessi, giusto per qualche ora… Quindi nessuna ansia e solo voglia di divertirsi e portare a casa una bellissima esperienza.

@fioredav

Ricominciamo

runningsand

Io sono trino, ma non divino, anzi a esser sincero ho anche qualche chilo di troppo, frutto di eccessi stagionali. Io sono testa, cuore e scarpe più tutto quello che di solito si trova dentro un runner consapevole ma non impallinato (vd. Quelli che fanno continuamente refresh sulla pagina di runlovers.it sperando in un nuovo articolo ogni due minuti, parziale impossibile anche per Kimetto & co.)

Io sono un runner consapevole del motore che madre natura mi ha fornito, ma sempre pronto ad una messa a punto che possa migliorarne le prestazioni. Consapevole che non correrò mai una maratona sotto le 3:30 (fino a prova contraria) ma arriverò sempre alla fine di una gara, con il cuore o con i gomiti (fino a prova contraria).

Tanta consapevolezza vacilla spesso con l’arrivo dei primi caldi, quando il ricordo delle fatiche invernali si scioglie come un cubetto di ghiaccio in un aperitivo.
Il clou arriva sempre ad agosto. Le ferie, le serate con gli amici e gli extra mettono spesso in crisi la solidità della triade. Di solito basta un profondo esame di coscienza e del giro vita, per ricompattare il trio. Superati un paio di bidoni mattutini, mi ritrovo alle 6:30 a godere delle prime luci del giorno. Il mio Forerunner mi guarda imbarazzato come a dire “io con te non esco”.

Ok, ha vinto lui, stamattina lo lascio sul comodino, mi godrò il panorama e tutto quello che un running tourist versione “on the sea” può avere a portata di suola, almeno fino alla fine delle vacanze.

@lg.fiore

Boston Strong

boston marathon 2015

Ci sono giorni e ci sono luoghi in cui ognuno di noi decide chi essere. Chi essere veramente, come ogni mattina, quando appena svegli ci troviamo davanti allo specchio. Giornate in cui non puoi chiedere il time-out o la sostituzione. E luoghi che hanno scritto la storia di migliaia di individui e intere generazioni. Lo sport da grande metafora della vita qual’è non fa eccezioni. Il centrale di Wimbledon, il Maracanã di Rio de Janeiro, la Streif di Kitzbühel, potrei continuare all’infinito.

Per tutti i runners, la maratona di Boston rappresenta la “Maratona” per eccellenza e l’Heartbreak Hill il suo simbolo. È stata la prima e conserva ancora uno spirito ineguagliabile che non troverete da altre parti. New York, Londra, Berlino, gare bellissime con una cornice di pubblico incredibile, da pelle d’oca. Viste da questa parte della transenna, dalla parte di chi suda, non ne correrei di nuovo una, senza aver corso nuovamente a Boston. E dire che la giornata è stata tra le peggiori che potessero capitare, anche i vecchi del gruppo, quelli partecipanti all’ennesima edizione non ricordavano a memoria una giornata peggiore. Freddo, pioggia e vento. Tutto in porzioni abbondanti.

E proprio in quei momenti, quando sai di avere solo due opzioni, di cui una da non prendere minimamente in considerazione (ndr. Tornare indietro), che decidi chi vuoi essere. Una decisione che in cuor tuo hai preso mesi addietro. Mesi in cui hai deciso di correre con qualsiasi clima, a qualsiasi orario e in qualsiasi stato fisico. Chilometro dopo chilometro. Tutto con l’unico pensiero di arrivare alla linea dello start. Dopo può succedere tutto e il suo contrario (parlo per esperienza personale). Capisci che la maratona non è un test, è una celebrazione. È l’unica disciplina in cui i valori assoluti gareggiano insieme ad amatori di qualunque età, primi e ultimi nello stesso momento sullo stesso percorso. Niente è paragonabile ad una maratona. E alla fine non è importante quanto forte tu possa correre, è come tagli il traguardo che conta. Conta chi hai deciso di essere quel giorno.

@lg.fiore

Inferno, Paradiso, forse Purgatorio

Boston Marathon

Manca poco più di una settimana alla Maratona di Boston. La famosa settimana dello scarico è alle porte. Adesso ci si riposa. Il riposo della gamba è inversamente proporzionato a quello della mente. Migliaia di domande ti frullano in testa anche se quello che dovevi fare l’hai fatto. Pensi a quanto hai corso, ti chiedi se basterà aver fatto tre volte il giro della circonferenza terrestre. Basterà aver controllato mille volte il battistrada delle scarpe? Basterà aver seguito una dieta più rigida di quella di una top model? Domande, domande, domande. Per fortuna i giorni di attesa non sono molti e tutto verrà spazzato via nei metri successivi alla partenza.

L’unica certezza che ho è costituita dal fatto che non ho certezze. Non ho certezze di come si svolgerà la gara, di che tempo farò o che mirerò a fare. Si, proprio così, nella mia pur breve carriera ho imparato che ogni gara è unica e irripetibile, nel bene come nel male. Troppe variabili per un amatore del mio livello. La fine di Willy il coyote è sempre in agguato. Anche se ti senti forte come Asterix dopo aver bevuto la pozione miracolosa, non lo sbandierare ai quattro venti, potrebbero trasformarsi in un tifone che ti spazzerà via in pochi attimi. Vedo la la faccia interdetta di chi mi chiede: “in quanto pensi di finire?”, la risposta è “non lo so”. Come dice il mio caro amico Fabio, in cuor nostro, si parte sempre per vincere poi strada facendo si vedrà.

Questo è il succo della Maratona. Non hai mai le risposte se non il giorno della gara, scopri tutto durante la corsa per trovarti alla fine all’Inferno o al Paradiso, a volte ci si ferma anche al Purgatorio.

@lg.fiore

Una “famiglia” che corre

La maratona di Londra è passata. Potrei scriverci un pippone lungo 42 km per raccontare le emozioni di un evento speciale vissuto in compagnia della mia “famiglia”. Sarebbe però l’ennesimo dell’ennesimo runner sotto effetto endorfinico. Preferisco che qualche scatto “vero” e non patinato, vi racconti cosa voglia dire vivere giornate come questa.

@lg.fiore – photo © jess.fransson

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