Categoria: Amarcord

L’ingiuria

Football tattoo

Bomber, Fenomeno, Rombo di tuono, Super Mario, Principe, Rambo. Tutti i più grandi calciatori hanno sempre avuto un soprannome che ne rispecchiasse le caratteristiche fisiche o tecniche. Soprannomi che hanno fatto la storia del calcio e che si portano dietro il rispetto di intere generazioni di tifosi. Se il soprannome è un vanto per i campioni, scendendo di categoria fino ad arrivare ai campetti di periferia e ai cortili, diventa spesso un nomignolo che degenera in “ingiuria”. Un qualcosa che ti porterai dietro fino a che non smetterai di giocare e oltre. I tuoi amici e i tuoi avversari ti ricorderanno sempre con quel nome. C’è chi se li fa stampare sul retro delle maglia, chi se li fa tatuare, la galleria degli orrori e degli errori è lunga.
Ne ricordo parecchi, ingiuriosi e non. Mi hanno accompagnato da quando ho tirato i primi calci fino all’altro ieri. Farne una classifica non sarebbe giusto. Senza loro, il calcio, almeno quello che ho visto e giocato, non sarebbe stato lo stesso.

Roberto “Legno vivo”, non ho mai visto un giocatore con un tocco di palla più ruvido. Veniva sfruttato soprattutto per le carambole e le sponde sotto porta.
Rosario “Il carcerato”, ovvero l’uomo con la palla al piede. In dieci anni passati insieme sui campi di calcio gli avrò visto fare cinque passaggi, il resto era un monologo sulla fascia destra.
Paolo “Rallenty”, colui che ha inventato la moviola in campo. Proverbiale la sua lentezza in fase di possesso palla.
Sandro “Trilly”, la sua altezza era stata da subito un marchio di fabbrica.
Marco “Pesta uova”, i tendini più corti del naturale lo costringevano ad una postura innaturale, come se stesse correndo sopra una distesa di uova.
Sergio “Lucertolone”, l’altezza e l’andatura lo facevano somigliare ad un grosso rettile.
Roberto “Roberto Scarsos”, negli anni in cui Roberto Carlos era un vero fenomeno, i suoi cloni meno famosi si sprecavano.
Mario “Coca Cola”, avendo deciso da subito che gli impegni scolastici non sarebbero stati il suo pane quotidiano, lavorava per un distributore del marchio americano, vivendo griffato ventiquattrore al giorno con le sue t-shirt rosse.
Ettore “Mario Merola”, era capace di simulare anche in assenza di avversario. Ha ricevuto diverse nomination per la notte degli Oscar.
Luca “Piccolo Buddha”, il nomignolo dice tutto sulle dimensione e lo spessore del giocatore.
Paolo “Il commissario”, semplicemente perché sparava cazzate a raffica.
Andrea “Pitbull”, corre, ringhia e non si ferma mai. Neanche negli spogliatoi.
Antonio “Gatto di marmo”, si può giocare in porta con gli occhiali? Si, ma avere i guanti da portiere non fa di te necessariamente un portiere…
Peppe “Due tiri”, prima di scendere in campo, un po’ di catrame nei polmoni non può che migliorare la performance.
Mauro “Sciabolata morbida”, ovvero il biografo ufficiale di Sandro Piccinini. Gioca e commenta allo stesso tempo.
Alfio “Sterminatore”, ha provocato più ricoveri in ortopedia di tutti i difensori del girone H della LND messi insieme.
Fabio “Il re dei due metri quadri”, vd. https://nonsologol.wordpress.com/2012/04/18/40/
Nico “No look”, un fine esecutore del passaggio guardando in direzione opposta. Un artista prestato al mondo del calcio a cinque.
Pietro “Extension”, il termine delle partite non è mai sicuro, c’è sempre un extra-time in agguato, almeno fino a che non cambia il risultato.
Raffaele “Serenità”, la tua squadra sta perdendo in maniera clamorosa? Sei ultimo in classifica? Vincerai il CdL? Non c’è problema.

@lg.fiore

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O pittebulle

pitbull

Come nascono le leggende? Cioè, le leggende sono sempre state leggende o iniziano a esserlo da un determinato momento in avanti? Per tutti noi Andrea era quello che girava seminudo per lo spogliatoio. Scarpette e calzettoni e le chiappe al vento. Giusto per far prendere aria alla gioielleria prima di scendere in campo.

Leccese, come l’ottanta percento degli studenti fuori sede che vagano per Milano, diceva di frequentare la Bocconi, ma lo incontravamo solo durante i tornei di calcetto estivi dell’omonimo pensionato o alle feste di laurea altrui. Non si è mai saputo se si sia laureato, c’è chi dice che non avesse tempo per studiare oberato dalla gestione di un proficuo business di importatore d’auto usate dalla Germania. Anche questa può essere considerata una leggenda.

Condivideva l’appartamento con una dozzina di altri ragazzi, anche se sul citofono c’erano solo quattro cognomi. Vedevi sempre facce nuove, tutte chiaramente leccesi. Anche se sono sicuro di aver visto almeno un foggiano risiedervi per lungo periodo. L’appartamento fu ribattezzato “Casa Salesi”.

Il suo cognome era diventato una sorta di passe-partout valido per ogni occasione. Buono per prenotare dal campo di calcetto alla pizzeria. Promoter di cene studentesche, indimenticabili quelle di San Martino, era divenuto una guida spirituale per molti.

Si trasformò involontariamente in leggenda in una gelida sera di febbraio, durante la partita di ritorno contro i Santa Maradona. Non avevo mai visto tanta gente intorno alle recinzioni di un campo di calcio a sette. I Santa erano una squadra famigerata per avere un seguito molto caldo, soprattutto in rapporto all’importanza pressoché nulla del torneo che stavamo giocando.

Loro primi in classifica, noi terzi. La qualificazione non era in dubbio per nessuna delle due squadre, ma la scoppola dell’andata bruciava ancora e gli sfottò dei loro tifosi ancora di più.
Accade spesso che durante una partita ci sia un momento che possa cambiarne l’inerzia. Un momento qualsiasi, ma sempre significativo alla fine della storia di ogni partita.
Andrea verso la metà del secondo tempo, sul risultato di 0-0, si trovò a correre palla al piede lungo la fascia sinistra. Venne immediatamente caricato dal terzino avversario, correndo spalla contro spalla per una decina di metri lungo la linea laterale e sbattendo ripetutamente contro la recinzione esterna. Il tutto prima di cadere in terra per rialzarsi subito dopo due capriole come se nulla fosse accaduto. Cacciò un urlo di incitamento verso di noi udibile a svariati chilometri di distanza.
Allo stesso tempo, una voce lapidaria al di là della recinzione sentenziò: “chiss’ è cchiù fort e nu pittebulle!”. Vincemmo 1-0. Gol in mischia su calcio d’angolo nei minuti finali. Quella sera scomparirono sia Andrea che Salesi. Nacque la leggenda del “Pittebulle”.

@lg.fiore

Parola di lupetto, parola di pagliaccio

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Luglio, il solleone, le cicale, il Tour de France. Lui mi sopravanza di qualche metro. Non più di cinque. Non lo mollo. La sua Atala, grigio metallizzato, fresco regalo per la promozione, sembra gridarmi: “Non ci prenderai mai”. Io su una Derby blu scuro. Una di quelle usate dai clown al circo, di quelle che hanno scritto la storia dei perdenti.

“Poche chiacchiere e menare” Felice Gimondi

Passa un altro giro. Lui è sempre davanti. Il rumore del carter sbullonato, mentre sbatte contro la pedivella, ricorda all’inseguito la mia costante presenza. Le mani sudano. Le manopole in plastica sono più scivolose di un calippo. I bambini seduti sul muretto a secco che costeggia la strada non aspettano altro che il nostro passaggio per bagnarci. Lo spirito della Grand Boucle si è impossessato di tutti.

“La bicicletta ha un’anima. Se si riesce ad amarla, vi darà emozioni che non dimenticherete mai” Mario Cipollini

Sempre meno giri alla fine. Nulla di invariato. Tranne la stanchezza e tutto quello che ne consegue. A malapena riesco a mantenere il senso di marcia. Di battaglie senza esclusioni di colpi sui pedali ce ne sono state e ce ne saranno sempre. Prendendo come pretesto un passaggio imperfetto intorno a un masso che delimitava una curva del tracciato, accuso il mio avversario di scarsa lealtà. Lui è imperturbabile. La calunnia non è un ostacolo sulla strada verso la vittoria.

“La guerra si basa sull’inganno” Sun Tzu

Proprio in questi in questi momenti le gambe pesanti e la scarsa affluenza di ossigeno al cervello spingendo la nostra lingua a performance poco brillanti ma che resteranno per sempre nella memoria. Decido allora di colpirlo dove so che posso far male. Miro dritto al suo orgoglio scout. A dieci anni la parola di un lupetto è una cambiale di onestà inattaccabile. Ma non per tutti.

“Parola di lupetto, parola di pagliaccio! Parola di lupetto, parola di pagliaccio!”
Che Baden-Powell mi perdoni, ma non vedevo altre vie per far saltare i nervi al mio avversario. All’ennesimo insulto alla parola sacra, il battistrada molla la sua bici e mi punta come un toro pronto a caricare. Chissà se Coppi e Bartali si siano mai picchiati per una corsa di bici. Io e mio cugino Lele si, e la colpa non era certo sua. Scusa Lele. Tu che sfidi quotidianamente il traffico romano sulle due ruote, rischiando molto di più adesso di allora.

@lg.fiore

Noi siamo della Lazio

olimpia

Stasera tutti sotto la Nord, maxischermo per vedere la partita a porte chiuse. Già che dentro ci siano 200 tifosi turchi, con i biglietti della delegazione, fa ridere, ma vabbè. Vedo di tutto: tifosi con il chiodo, con le birre in mano, bambini, vecchi e perfino le famiglie, quelle che allo stadio dicono non ci vadano più: ebbene, ci sono delle famiglie in piedi sotto la Nord a tifare Lazio. Ci sarebbe anche da commuoversi, ma Il maxischermo non funziona. Un classico. Ci sentiamo un po’ tutti come Fantozzi quando dà il pugno alla finestra e urla “chi ha fatto palo?”, e forse è bello così, pensando che l’ultima volta era accaduto in quella incredibile giornata dello scudetto del 2000. Il maxischermo continua a non dare segni di vita almeno fino a metà abbondante del primo tempo.

Dopo dieci minuti si esulta anche tutti come scemi, per un presunto gol della Lazio, mai avvenuto (è sempre lo stesso cretino che al primo numero che esce a tombola dice ambo, è sempre lui). A metà primo tempo abbandono per manifesta incazzatura, e vado a vedere la partita dal paninaro, in una tv minischermo ma che ci sembra bellissima, insieme ad altre centinaia di persone. La Lazio attacca, ma non passa. Tira una brutta aria. Nel secondo tempo torno allo schermo, nel frattempo rimesso a posto, anche se l’immagine va e viene. La Lazio preme, il gol è nell’aria. Mentre Candreva è lì sulla fascia che dribbla, sento uno accanto a me, radiolina all’orecchio, che urla come un matto: gooooooooool. Era vero, cross di Candreva, gol di Lulic. Momenti di grande tifo, c’è speranza allora; fumogeni, e almeno 3 minuti di partita perduta, non si vede niente. Riemergiamo dalla nebbia mentre entra anche Floccari, e speriamo. Peccato che da lì a pochi minuti, ancora il radiolinaro bestemmi mentre sullo schermo vanno ancora le immagini di un attacco dei turchi (l’unico del match, in pratica), capisco stia arrivando l’1-1, e addio qualificazione.

Alcuni se ne vanno, altri cantano, altri ancora insultano quelli che se ne vanno e non cantano. La Lazio attacca, ma si capisce che non è aria. Vedo il finale di partita dal paninaro, ma è sempre 1/1. Mentre vado via, a pochi metri da Ponte Milvio, una comitiva di ragazzini e ragazzine che non hanno nulla a che fare con la Lazio, si divertono a tirare bottigliate di birra a un palazzo, senza che alcun vigile ritenga di intervenire: fossero stati tifosi, avrebbero preso il Daspo per 3 anni probabilmente, qui nemmeno un cazziatone dai genitori, che ce frega. La Lazio stasera ha giocato a porte chiuse, per la seconda volta consecutiva, per dei cori razzisti. Alcuni dei suoi tifosi sono razzisti, probabilmente. Altri dicono buh anche avendo davanti Thomas Muller, se gioca contro la Lazio; altri dicono buh anche ai propri giocatori, se giocano male per la Lazio. Finisce un’altra serata, tipicamente laziale. Davanti abbiamo tante altre serate e partite come queste, altre bestemmie nelle radioline, altre false esultanze di fronte a un non gol, altre finestre da rompere per sapere chi ha fatto palo. E altri abbracci da darci ad un gol della nostra squadra, mentre Olimpia vola alta in cielo. Noi siamo della Lazio.

@aletozzi

Oscar e i sette nani

biancaneve e sette nani

Sabato sera, ore 19:10. Oscar dribbla le auto incolonnate in viale Coni Zugna. È sempre in ritardo. Le luci dei negozi disegnano la sua sagoma sull’asfalto più lunga e smilza di quanto sia nella realtà. I Ray Ban neri appollaiati sulla testa gli conferiscono un’aria da perenne vacanziero.

Ore 19:31. Oscar raggiunge l’appuntamento. Le urla di scherno dei compagni di squadra non scalfiscono la sua flemma. La notte sarà lunga e lui invita tutti a conservare energie e chiacchiere per le ore a venire.

Ore 19:53. La comitiva raggiunge alla spicciolata il PalaOne, zona Lorenteggio. Una rissa per un parcheggio fa già capire che non sono lì per partecipare al ballo delle debuttanti. Nell’aria nugoli di zanzare pronte a dare inizio al massacro.

Ore 20:07. Dopo essersi fatti largo tra varia umanità, borsoni, palloni e tanfo di sudore, i ragazzi raggiungono il muro dove è affisso il tabellone. Una scritta a caratteri cubitali “TUTTO IN UNA NOTTE” dice già tutto. Più in piccolo “Torneo di calcio a 5”. Di seguito l’elenco dei gironi con gli orari delle partite. Tutto programmato fino alle alle 05.00 del mattino seguente.

Ore 21:13. Si avvicina l’ora del primo incontro. Tutti quelli che passano davanti al tabellone per verificare l’andamento del torneo, non possono evitare di commentare il nome della squadra. “Oscar e i sette nani”, pausa “ma che minchia di nome è?”. A confronto con “Massacratori”, “Vampiri”, “Arrapatos”, “Black Spirits” e così via, il nome non incute certo timore. Uniche rivale abbordabili: “Ristorante La Briciola” e “Lavasecco Pulvirenti”. Che poi Oscar, non ha mania di grandezza, è alto, molto alto. Così alto che i suoi compagni di squadra, pur rientrando nella media nazionale in quanto a statura, sembrano dei nani. Era stata una “brillante” trovata di Gigi, il creativo del gruppo, che in grande economia era anche riuscito a personalizzare delle normali tshirt bianche da mercato con simbolo sociale, numero e nome. Commento della squadra: “Bella cagata!”

Ore 21:30. Inizia la prima partita. Due tempi da dieci minuti. Grande tensione. La paura di tornare a casa presto suggerisce a tutte e due le squadre grande cautela. Andrea, il portiere, conosciuto anche come “Psyco”, capace di esaltarsi come di deprimersi nel giro di qualche secondo, mette più di una pezza per mantenere il risultato in parità. Si arriva così alla fine sullo 0-0. Sarà la successiva partita a decidere la piega della nottata.

Ore 22:15. L’attesa prima dell’inizio della seconda partita sembra infinita. Paolino, seduto in un angolo con le spalle al muro, usa una bottiglietta di Gatorade come cimitero per le zanzare. Fabio e Giacomo, seduti qualche metro più in là gli tirano dei sassolini in testa senza farsi scoprire. Enzo e Gigi parlano del concerto dei Depeche Mode della sera dopo.

Ore 22:40. Inizia la seconda partita. Oscar & Co. hanno solo un risultato a disposizione. Devono vincere, solo vincere. Il primo tempo finisce in pareggio. 1-1. “Dieci minuti, manca tantissimo” è quello che continuano a ripetersi tutti come un mantra. I minuti passano, il risultato rimane invariato, anche il mantra.

Ore 23:02. Manca circa un minuto alla fine della partita e l’arbitro assegna un calcio di punizione da posizione abbastanza centrale. La classica ultima occasione. Si levò un grido collettivo “Olly pensaci tu!”. Più per disperazione che per reale fiducia. Olly, islandese di passaggio a Milano per studiare comunicazione, aveva comunque giocato qualche preliminare di Coppa Uefa con una squadra di Reykjavik. Tecnicamente può. Può calciare e sbagliare.

Ore 23:03. “Via, via, lasciatelo respirare!”. Furono le parole proferite dall’arbitro per tentare di staccare un’informe massa urlante da sopra l’islandese. All’ennesima esortazione dell’arbitro a riprendere il gioco si cominciano ad intravedere lembi di un estremo nord, chiaramente poco avvezzi a tanto calore. Con l’emersione totale di Olly arrivò anche il triplice fischio. Risultato finale 2-1.

Ore 01:05. C’è sempre meno gente che gira per il centro sportivo. La “fuffa” è sparita e si comincia a fare sul serio. Olly si bacia con la sua Biancaneve. Gli altri nani, divisi in gruppetti si godono il fresco delle ore notturne. Da quel momento in avanti qualunque ora sarebbe stata dignitosa per tornare a casa. Il quarto di finale è quasi una formalità. Una squadra di liceali in maglia arancione e dal nome esotico costituiscono un modesto ostacolo. Il 4-1 finale è la naturale conseguenza.

Ore 02:30. Nell’ora dei sogni, quando Eupalla accarezza ogni pallone. Ma anche il momento in cui le traiettorie celesti possono trasformarsi in incubi. Così sulla strada di Oscar e dei suoi amici si materializza “Tre dita”. Fisico tondeggiante, gambe tornite come tronchi, capelli ricci neri. Segno particolare: tiro devastante. E dicendo devastante, non si lascia spazio ad altre interpretazioni. Shingo Tamai, Rivelino, Roberto Carlos sono tutti lì a guardarlo. Ogni suo calcio è una fucilata pronta a lasciare segni indelebili. Con tre gol sui quattro totali della sua squadra per i Nani è notte fonda in tutti i sensi. Stanchezza, fame, sonno, delusione, risate. La doccia si porterà via quasi tutto.

0re 04:10. I semafori di piazza XXIV maggio sono ancora lampeggianti. Un camion per la raccolta dei rifiuti copre ogni rumore. Da una Polo nera scendono cinque ragazzi dalla faccia stanca. Si infilano in una pizzeria d’asporto. Spazzano via tutto quello che è rimasto senza farsi troppi problemi. Fuori, le prime luci del giorno segnano l’iniziano di un nuovo racconto.

@lg.fiore

Fabio non è un fenomeno

Fabio non è un fenomeno, ma sa cosa fare. Sa cosa fare per sopravvivere alle lunghe giornate estive, quando i gradini d’ingresso delle case sostituiscono i banchi di scuola e le figurine dei calciatori diventano l’unica materia di studio. Ogni mattina, come un impiegato statale, infilatosi pantaloncini e canottiera, scende lentamente le due rampe di scale della palazzina dove abita ed esce dal portone quasi a fare un favore al mondo. Capelli biondi, alla Ruben Buriani, sempre spettinati. Il fisico gracile, connotato da una evidente convergenza dei piedi verso l’interno, lo rende facile bersaglio di scherno e invettive. Lo scarso temperamento e lo “sciass” cuciti addosso come una seconda pelle, lo relegano senza rammarichi, nelle retrovie del gruppo.

Come ogni pomeriggio attende che il sole allunghi l’ombra dei palazzi sul campo da gioco. Una gigantesca meridiana che sancisce l’orario d’inizio della partita. Fabio è l’unico mancino del cortile e questo potrebbe giocare a suo favore nella scelta delle formazioni, ma lui non è mai la prima scelta e nemmeno la seconda. Perché Fabio non è un fenomeno, ma sa cosa fare. Così attende la chiamata e si piazza in difesa come un bravo soldatino. I ruoli da protagonisti (vd. attaccanti) spettano a quelli più grandi e più grossi. Passano i minuti, le ore. La vita del cortile corre dietro a un pallone. Un pallone che Fabio avrà toccato a malapena qualche volta. La cosa non lo stupisce, c’è abituato, Fabio non è un fenomeno. Di fenomeni su quell’asfalto ne sono passati parecchi. I nomi non diranno molto ma le loro “ingiurie” (i soprannomi) sono firme indelebili sui muri, sulle finestre e sulle carrozzerie di molte automobili posteggiate in quel cortile. “Coca Cola”, “Ticchio”, “Drin Drin”, “Puppetta”, “Bignè”, “Doggy”. Fabio li ha visti giocare tutti. Seduto su un gradino, succhiando un lemonissimo, in attesa del momento per poter giocare.

E ora Fabio gioca. Se Andy Warhol predisse 15 minuti di celebrità per ognuno di noi, a lui ne bastano ancora meno. All’incirca 15 secondi. Quei secondi necessari per prendere il pallone sulla fascia destra, vicino alle rastrelliere delle biciclette, dribblare uno, due, tre avversari e ritrovarsi da solo davanti al portiere avversario. Tutti lo guardano. Nessuno crede a quello che vede. Non può essere Fabio. Non ci crede neanche il portiere quando viene superato dall’ennesimo dribbling del biondino.

Tra Fabio e la porta ci sono solo due metri. Il resto del mondo è alle sue spalle che lo guarda. Non gli resta che calciare il pallone, senza pensare, come ha sempre fatto. Ma lui si distrae, per un attimo, un solo attimo. Incespica sul pallone e nel cadere a terra come un sacco di patate, lo vede schizzare sotto il ventre di una Fiat 850 celeste. Una risata generale, di cui si ode ancora l’eco a distanza di anni, sancisce la fine della partita e il ritorno a casa di tutti. Fabio sa cosa fare, ma non è un fenomeno.

@lg.fiore

I sapori della nazionale

Domenica, tardo pomeriggio, cammino lungo il naviglio in compagnia di qualche nuvola e di una piacevole brezza. Non manca molto all’inizio di Italia – Inghilterra. Dei ragazzi inglesi, seduti su una panchina, sorseggiano dell’alcool a buon mercato in attesa del calcio d’inizio. Passo davanti ai locali ritrovo della movida notturna. Gli schermi sintonizzati sul pre-partita sono pronti a catturare gli ultimi indecisi. Aperitivi, pizza, patatine, birra, gelato, kebab, cuscus. Un’orgia di odori, colori e sapori mi accompagna verso casa. La partita ormai incombe e devo ancora decidere dove, come e quando sfamarmi. Durante quei passi riaffiorano i ricordi di altre partite della nazionale e dei movimenti di mandibola che le hanno accompagnate.

Volendo stilare una classifica, senza gerarchie, non posso dimenticare Italia – Germania, finale di Spagna 1982. Sullo sfondo di una calda estate siciliana, Paolo Rossi segnava e faceva sognare. Il soggiorno della casa dei nonni sembrava un girone dell’inferno dantesco. Un assemblato generazionale dagli ottanta ai cinque. Noi, i piccoli, quelli delle prime file, andavamo avanti e indietro dalla cucina, ingurgitando, in soste velocissime, incandescenti tranci di pizza. Gli esofagi ne portano ancora i segni. Sempre in quei mondiali, mentre Cabrini e Tardelli affondavano la corazzata argentina, io affondavo un intero pacco di Bucaneve Doria in un litro di latte e Nesquik. La merenda più lunga della mia vita. Saltando alle notti magiche di Italia 1990, ogni partita era un rito collettivo, sportivo e culinario. Spaghettate, pizzate, cene a tema. Le partite erano pretesti per ritrovarsi e gozzovigliare. In una continua evoluzione gastronomica, si andava avanti per forza di inerzia, partita dopo partita, tutti con la speranza di arrivare alla fine. Al digestivo anzitempo ci pensò Dieguito. Nel 1996 annata di campionati europei e di servizio militare. Si giocava in Inghilterra. La sera della partita da dentro o fuori contro la Germania, ero di turno in cucina a pelar patate. La compagnia di un eccentrico cuoco palermitano e di un ragioniere di Ancona finito sotto le armi per un errore anagrafico, serviva a completare la terna. La partita finì con un mesto risultato a occhiali che ci eliminò dalla competizione. Subito dopo la fine della partita, scoppiò una battaglia di gavettoni nei corridoi della caserma, il tutto con la compiacenza dell’ufficiale di guardia per nulla contrario alla rinfrescata dei locali… Rimanendo sempre in ambito europeo, durante i campionati del 2000 giocati in Olanda e Belgio, mi trovai a Basilea la sera del quarto di finale tra Italia e Romania. La ricerca di un televisore e di un pasto economico mi spinse in un locale arabo tra falafel, tadjine e cuscus. Cena memorabile, risultato tondo, 2-0. Sorvoliamo sull’epilogo della manifestazione e sulla cena. Andò tutto di traverso. Per molto tempo in Francia girò una battuta: Sai come si fa a ritappare una bottiglia di champagne già stappata? Chiedilo a un italiano! Il bello del calcio è che prima o poi ci si rincontra. Così nel 2006, mondiale di poppate e notti insonni, dopo un ottavo di finale con l’Australia, filtrato dalla radio di un bus di linea in direzione aeroporto di Catania (senza aria condizionata e con una confezione di tic tac come unico genere di conforto), arrivammo alla finale con i francesi. Il giorno prima della partita, nonostante la fiducia nella squadra allenata da Lippi, decidemmo di non organizzare nessun raduno. Il prode Alessio compagno di scorribande sportive ammutolì tutti dicendo: “Attenzione ai francesi, hanno la marsigliese!”. Messaggio chiaro, ognuno per se e Dio pensi all’Italia. Di perdere una finale mondiale ci era già successo. Riperdere una finale con la Francia non era ammesso. Così mi ritrovai da solo davanti al televisore, sul divano di casa, con un piatto tricolore (insalata, pomodoro e mozzarella). Ne valse la pena.

Quello può essere considerato l’ultimo vero acuto culinario degno di essere ricordato. Le nazionali a seguire hanno contribuito esclusivamente a far gonfiare i nostri fegati. Speriamo che il boccone di stasera non rimanga un amaro ricordo. Mangiamoceli!

@lg.fiore